Dodicesimo
album di inediti dell’ormai settantottenne poeta e cantautore canadese, forse
una delle figure più influenti della musica di qualità a livello mondiale, da
accostare a quella di Bob Dylan.
Si
tratta di dieci brani di grande classe, che musicalmente riprendono lo stile
dell’ultimo Cohen: voce roca e inconfondibile che domina un tappeto musicale di
stile piuttosto tradizionale, in cui trovano spazio pianoforte, chitarre
acustiche, tastiere, fiati. C’è anche un brano accompagnato da un banjo, che
infatti si intitola proprio Banjo.
Come spesso nei dischi del Cohen più recente alla sua voce da crooner si
affianca l’apporto (quando necessario) di cori femminili.
Trattandosi di un artista che è
passato come nulla dalla scrittura di poesie e romanzi a quella di canzoni
(senza sopprimere né l’una né l’altra inclinazione) c’era molta curiosità per i
testi del disco, anche perché lui stesso confessa che dal 1983 scrivere canzoni
gli è diventato più difficile di prima, pur lavorando sempre sodo.
Ebbene, i testi contengono una
forte impronta autobiografica (lo mostra il quasi esame di coscienza di Going home, che inizia così: ‘Amo
parlare con Leonard, è uno sportivo, un pastore e un pigro bastardo’). La
maggior parte dei testi seguono questa dichiarazione iniziale e parlano di un
uomo disilluso, consapevole di avere attraversato tante fasi della sua vita e
di non avere neanche tanto da vivere (Amen,
Darkness, Show me the place, brani che con la già citata Going home compongono un quartetto
iniziale di carattere fortemente autobiografico). Non manca in ogni caso anche il tema dell’amore ‘tormentato’ (Crazy to love you, Come healing e la soave ninna nanna Lullaby).
Idee
vecchie, quelle del Nostro, ma ancora in grado dunque di dire la loro e di
emozionare gli animi più sensibili…

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