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martedì 28 febbraio 2012

First Aid Kit, The lion's roar






Secondo disco del duo svedese composto dalle sorelle Joanna e Klara Söderberg, il cui progetto segue il revival country-folk e la riproposizione in chiave moderna delle atmosfere degli anni ’60-‘70 americani (Dylan, Simon e Garfunkel, Crosby, Still, Nash & Young, Joni Mitchell, Beach Boys) fieramente portato avanti da band come i Fleet Foxes, aggiungendo una particolare gradevolezza derivante dalla scelta delle melodie e dal perfetto intarsio delle voci. Il disco si compone di undici tracce dominate dalle bellissime voci delle titolari del progetto, ben inserite nell’impeccabile tappeto sonoro realizzato in buona parte da loro stesse, visto che, oltre a cantare, Joanna e Klara suonano anche chitarra e tastiere. Un approccio musicale dunque genuino e alieno da orpelli elettronici che viene riproposto nelle esibizioni dal vivo, che prevedono la presenza solo di un batterista ad accompagnare le sorelline.
Tra i brani degni di nota, la title-track e iniziale The lion’s roar chiarisce già, con il perfetto intarsio di voci, percussioni e mandolino, le coordinate musicali del disco. Emmylou parte da un rimpianto nostalgico dell’estate causato dall’arrivo dei freddi venti invernali per cantare nel ritornello due splendide coppie della musica folk americana, quelle formate da Gram Parsons ed Emmylou Harris (cui è intestato il titolo), e da Johnny Cash e June Carter. Blue nasconde sotto l’ammaliante tappeto sonoro il riferimento a una donna che gli accidenti della vita hanno reso impermeabile al contatto con gli altri. In the hearts of men esprime invece il desiderio tutto femminile di indagare nel profondo i cuori degli uomini. To a poet, pezzo caratterizzato da un delizioso cambio di passo nell’ultima parte (propiziato dall’irrompere di quartetto d’archi e fiati), traveste il rimpianto per un abbandono nel riferimento alle parole del poeta Frank O’Hara.
Insomma, un disco gradevolissimo, sicuramente tra i più belli tra quelli usciti in questo inizio 2012.





giovedì 23 febbraio 2012

Leonard Cohen, Old ideas









Dodicesimo album di inediti dell’ormai settantottenne poeta e cantautore canadese, forse una delle figure più influenti della musica di qualità a livello mondiale, da accostare a quella di Bob Dylan.
Si tratta di dieci brani di grande classe, che musicalmente riprendono lo stile dell’ultimo Cohen: voce roca e inconfondibile che domina un tappeto musicale di stile piuttosto tradizionale, in cui trovano spazio pianoforte, chitarre acustiche, tastiere, fiati. C’è anche un brano accompagnato da un banjo, che infatti si intitola proprio Banjo. Come spesso nei dischi del Cohen più recente alla sua voce da crooner si affianca l’apporto (quando necessario) di cori femminili.
Trattandosi di un artista che è passato come nulla dalla scrittura di poesie e romanzi a quella di canzoni (senza sopprimere né l’una né l’altra inclinazione) c’era molta curiosità per i testi del disco, anche perché lui stesso confessa che dal 1983 scrivere canzoni gli è diventato più difficile di prima, pur lavorando sempre sodo.
Ebbene, i testi contengono una forte impronta autobiografica (lo mostra il quasi esame di coscienza di Going home, che inizia così: ‘Amo parlare con Leonard, è uno sportivo, un pastore e un pigro bastardo’). La maggior parte dei testi seguono questa dichiarazione iniziale e parlano di un uomo disilluso, consapevole di avere attraversato tante fasi della sua vita e di non avere neanche tanto da vivere (Amen, Darkness, Show me the place, brani che con la già citata Going home compongono un quartetto iniziale di carattere fortemente autobiografico). Non manca in ogni caso anche il tema dell’amore ‘tormentato’ (Crazy to love you, Come healing e la soave ninna nanna Lullaby).
Idee vecchie, quelle del Nostro, ma ancora in grado dunque di dire la loro e di emozionare gli animi più sensibili…



Lisa Hannigan, Passenger








È uscito dalle nostre parti il 17 gennaio, mentre oltre Atlantico circolava già dall’autunno scorso, il secondo disco solista della cantante irlandese, che si è fatta conoscere nella prima parte degli anni zero come collaboratrice e voce femminile del conterraneo Damien Rice. Ora il sodalizio (professionale e sentimentale…) è terminato e, dopo l’acclamato debutto Sea sow, Lisa torna con un disco ispirato al folk della sua terra, contaminato all’occorrenza con un pop di sapore orchestrale e dominato dalla sua voce potente e ammaliante.
La stessa autrice dice del disco che “molti di questi brani sono stati scritti in viaggio, per questo possiedono quel senso di nostalgia tipico del viaggiatore”. Vanno in questa direzione la title-track, con il suo racconto di un percorso tra gli States, la dolce A sail e la roboante Home. Ma tra i temi del disco ci sono anche “gli amori, gli struggimenti, le confusioni e le amicizie che attraversiamo durante la nostra vita, oltre gli anni e i continenti, e che durano nonostante il tempo”. Segue questa ispirazione What’ll I do, delizioso motivetto di sapore quasi etnicheggiante che dileggia un amore perduto (il povero Damien?!). Il culmine del disco è raggiunto però dalla struggente e sognante ballata Nowhere to go, che parla ancora una volta di un viaggio, riferendosi però questa volta al volo di un uccello, che non trova più un posto dove andare.



Diaframma, Niente di serio






Diciassettesimo disco di inediti della band fiorentina, il cui marchio è portato avanti con ostinazione e fierezza dal chitarrista e autore dei testi Federico Fiumani. Iniziata agli albori degli anni ’80 in una Firenze influenzata dal dark e dalla new wawe anglosassone, la carriera della band ha visto alternarsi alla voce, prima dello stesso Fiumani, Nicola Vannini e Miro Sassolini. Attualmente la band si presenta come un terzetto con Luca Cantasano al basso e Lorenzo Moretto alla batteria. Alle registrazioni di questo album ha partecipato inoltre, suonando piano e tastiere, Gianluca de Rubertis de Il Genio.
Si tratta in tutto di dodici canzoni, dominate dalla poetica fiumaniana, che alterna come sempre in maniera umorale ironia e sentimento, sussurri e urli, dolcezza e ira. Particolamente ‘pulsante’ il cuore del disco, con due pezzi molto tirati e trascinanti come la title-track ed Energia del rock. Si lasciano ascoltare volentieri anche Entropia, il pezzo più meditativo del lotto, come suggerisce lo stesso titolo ‘filosofico’, e Madre superiora, brano ‘sentito’, nel pieno stile fiumaniano: refrain cantato a squarciagola, anzi a un certo punto urlato e distorto ‘nature’, senza l’ausilio di vocoder o altre diavolerie elettroniche. Verso la fine il tocco di classe: la profonda e dilatata Grande come l’oceano, in cui il Nostro rivela la sua giovanile infatuazione per i Ramones.
Insomma, una buona uscita, in linea con uno stile caparbiamente portato avanti in ormai 30 anni di musica e parole dal buon Federico, e un disco che non mancherà di appassionare e ‘trascinare’ nelle instancabili esibizioni live della band.