Articoli di musica, interviste, band ed eventi made in Puglia, novità, curiosità. Blog di INDIEPERCUI, programma del mercoledi sera di Radio 103 FM 103.7 www.radio103.tv. (Partner: NoicattaroWeb, Stordisco, GoConversano)
Secondo
disco del duo svedese composto dalle sorelle Joanna e Klara Söderberg, il cui progetto
segue il revival country-folk e la riproposizione in chiave moderna delle
atmosfere degli anni ’60-‘70 americani (Dylan, Simon e Garfunkel, Crosby,
Still, Nash & Young, Joni Mitchell, Beach Boys) fieramente portato avanti
da band come i Fleet Foxes, aggiungendo una particolare gradevolezza derivante
dalla scelta delle melodie e dal perfetto intarsio delle voci. Il disco si
compone di undici tracce dominate dalle bellissime voci delle titolari del
progetto, ben inserite nell’impeccabile tappeto sonoro realizzato in buona
parte da loro stesse, visto che, oltre a cantare, Joanna e Klara suonano anche
chitarra e tastiere. Un approccio musicale dunque genuino e alieno da orpelli
elettronici che viene riproposto nelle esibizioni dal vivo, che prevedono la
presenza solo di un batterista ad accompagnare le sorelline.
Tra
i brani degni di nota, la title-track e iniziale The lion’s roar chiarisce già, con il perfetto intarsio di voci,
percussioni e mandolino, le coordinate musicali del disco. Emmylou parte da un rimpianto
nostalgico dell’estate causato dall’arrivo dei freddi venti invernali per
cantare nel ritornello due splendide coppie della musica folk americana, quelle
formate da Gram Parsons ed Emmylou Harris (cui è intestato il titolo), e da
Johnny Cash e June Carter. Blue nasconde sotto l’ammaliante tappeto sonoro il
riferimento a una donna che gli accidenti della vita hanno reso impermeabile al
contatto con gli altri. In the hearts of
men esprime invece il desiderio tutto femminile di indagare nel profondo i
cuori degli uomini. To a poet,pezzo caratterizzato da un delizioso
cambio di passo nell’ultima parte (propiziato dall’irrompere di quartetto
d’archi e fiati), traveste il rimpianto per un abbandono nel riferimento alle
parole del poeta Frank O’Hara.
Insomma,
un disco gradevolissimo, sicuramente tra i più belli tra quelli usciti in
questo inizio 2012.
Dodicesimo
album di inediti dell’ormai settantottenne poeta e cantautore canadese, forse
una delle figure più influenti della musica di qualità a livello mondiale, da
accostare a quella di Bob Dylan.
Si
tratta di dieci brani di grande classe, che musicalmente riprendono lo stile
dell’ultimo Cohen: voce roca e inconfondibile che domina un tappeto musicale di
stile piuttosto tradizionale, in cui trovano spazio pianoforte, chitarre
acustiche, tastiere, fiati. C’è anche un brano accompagnato da un banjo, che
infatti si intitola proprio Banjo.
Come spesso nei dischi del Cohen più recente alla sua voce da crooner si
affianca l’apporto (quando necessario) di cori femminili.
Trattandosi di un artista che è
passato come nulla dalla scrittura di poesie e romanzi a quella di canzoni
(senza sopprimere né l’una né l’altra inclinazione) c’era molta curiosità per i
testi del disco, anche perché lui stesso confessa che dal 1983 scrivere canzoni
gli è diventato più difficile di prima, pur lavorando sempre sodo.
Ebbene, i testi contengono una
forte impronta autobiografica (lo mostra il quasi esame di coscienza di Going home, che inizia così: ‘Amo
parlare con Leonard, è uno sportivo, un pastore e un pigro bastardo’). La
maggior parte dei testi seguono questa dichiarazione iniziale e parlano di un
uomo disilluso, consapevole di avere attraversato tante fasi della sua vita e
di non avere neanche tanto da vivere (Amen,
Darkness, Show me the place, brani che con la già citata Going home compongono un quartetto
iniziale di carattere fortemente autobiografico). Non manca in ogni caso anche il tema dell’amore ‘tormentato’ (Crazy to love you, Come healing e la soave ninna nanna Lullaby).
Idee
vecchie, quelle del Nostro, ma ancora in grado dunque di dire la loro e di
emozionare gli animi più sensibili…
È
uscito dalle nostre parti il 17 gennaio, mentre oltre Atlantico
circolava già dall’autunno scorso, il secondo disco solista della cantante
irlandese, che si è fatta conoscere nella prima parte degli anni zero come
collaboratrice e voce femminile del conterraneo Damien Rice. Ora il sodalizio
(professionale e sentimentale…) è terminato e, dopo l’acclamato debutto Sea sow, Lisa torna con un disco
ispirato al folk della sua terra, contaminato all’occorrenza con un pop
di sapore orchestrale e dominato dalla sua voce potente e ammaliante.
La stessa
autrice dice del disco che “molti di questi brani sono
stati scritti in viaggio, per questo possiedono quel senso di nostalgia tipico
del viaggiatore”. Vanno in questa direzione la title-track, con il suo racconto
di un percorso tra gli States, la dolce A
sail e la roboante Home. Ma tra i temi del disco ci sono anche “gli
amori, gli struggimenti, le confusioni e le amicizie che attraversiamo durante
la nostra vita, oltre gli anni e i continenti, e che durano nonostante il tempo”.
Segue questa ispirazione What’ll I do,
delizioso motivetto di sapore quasi
etnicheggiante che dileggia un amore perduto (il povero Damien?!). Il culmine
del disco è raggiunto però dalla struggente e sognante ballata Nowhere to go,che parla ancora una volta di un viaggio, riferendosi però questa
volta al volo di un uccello, che non trova più un posto dove andare.
Diciassettesimo
disco di inediti della band fiorentina, il cui marchio è portato avanti con
ostinazione e fierezza dal chitarrista e autore dei testi Federico Fiumani. Iniziata
agli albori degli anni ’80 in una Firenze influenzata dal dark e dalla new wawe
anglosassone, la carriera della band ha visto alternarsi alla voce, prima dello
stesso Fiumani, Nicola Vannini e Miro Sassolini. Attualmente la band si
presenta come un terzetto con Luca Cantasano al basso e Lorenzo Moretto alla
batteria. Alle registrazioni di questo album ha partecipato inoltre, suonando
piano e tastiere, Gianluca de Rubertis de Il Genio.
Si tratta in tutto di dodici
canzoni, dominate dalla poetica fiumaniana, che alterna come sempre in maniera
umorale ironia e sentimento, sussurri e urli, dolcezza e ira. Particolamente
‘pulsante’ il cuore del disco, con due pezzi molto tirati e trascinanti come la
title-track ed Energia del rock. Si
lasciano ascoltare volentieri anche Entropia,il pezzo più meditativo del lotto, come
suggerisce lo stesso titolo ‘filosofico’, e Madre
superiora,brano ‘sentito’, nel
pieno stile fiumaniano: refrain cantato a squarciagola, anzi a un certo punto
urlato e distorto ‘nature’, senza l’ausilio di vocoder o altre diavolerie
elettroniche. Verso la fine il tocco di classe: la profonda e dilatata Grande come l’oceano,in cui il Nostro rivela la sua
giovanile infatuazione per i Ramones.
Insomma,
una buona uscita, in linea con uno stile caparbiamente portato avanti in ormai
30 anni di musica e parole dal buon Federico, e un disco che non mancherà di
appassionare e ‘trascinare’ nelle instancabili esibizioni live della band.
Parola di Nicola Manzan, che presenterà il suo nuovo album in uno spettacolo imperdibile a Castellana Grotte.
-Pubblicato per Go Conversano www.goconversano.it -
Quando si parla dell’avanguardia della musica indipendente italiana non si può fare a meno di citare il sommo Nicola Manzan. Vanta le più disparate collaborazioni (Baustelle, Il teatro degli Orrori) ma il suo alterego si chiama Bologna Violenta.
Utopie e piccole soddisfazioni (Wallace Records / Dischi Bervisti, 2012) è il terzo album dell’eclettico polistrumentista, che riesce a far convergere in una sola opera le sue due anime: quella classica (essendo anche diplomato al conservatorio in violino) e quella più hardcore. E un connubio del genere non è da tutti. Ne vien fuori un album sperimentale più che ben riuscito.
Nei circa trenta minuti dell’album si passa dalla pura satira (Remerda , fiaba politica a lieto fine) ai cori dei monaci benedettini, a potenti urla strazianti (Mi fai schifo, con Francesco Valente, batterista del Teatro degli Orrori) fino ad arrivare alle chiamate degli ascoltatori nei programmi radiofonici di provincia (Piccole soddisfazioni). Non mancano gli intermezzi soft, dove gli archi prendono il posto del rumore puro. (Intermezzo o in paricolare Finale – con rassegnazione, orchestrale post 2010).
Lo show più atteso della one man band è fissato per il 26 febbraio, in uno scenario inusuale qual è quello della Caverna della Grave nelle Grotte di Castellana. La performance, già unica di suo, verrà amplificata dalla particolarità della location, definita in passato “La bocca dell’Inferno”. (Info e prenotazioni: officinalive@libero.it ).
Nicola Manzan è impeto, è armonia. È anche il “bervismo” (una sorta di iperbuddismo), un nuovo modo di vedere la vita, del tutto positivo: nessuna politica, nessuna religione, bervismo per più.
-Pubblicato per NoicattaroWeb -La voce del Paese- il 18/02/2012 -
Il 2012 è partito alla
grande con tante nuove uscite musicali degne di nota. Le uscite di cui vi
parliamo ci riportano indietro di quasi 30 anni. Stiamo parlando di “Grande
Nazione” dei Litfiba e “Niente di Serio” dei Diaframma, usciti in contemporanea
il 17 Gennaio scorso. Litfiba e Diaframma sono stati negli anni ’80 i
protagonisti della new wave
fiorentina, la nuova ondata di musica italiana che ben presto contagiò l’intero
Stivale. Erano come fratelli, due band sotto la stessa etichetta e spesso sullo
stesso palco. Ma cosa è rimasto oggi di quella favolosa ondata musicale?
I Litfiba sono nati nel 1980
con una formazione che ancor oggi è oggetto di culto: Piero Pelù (voce), Gianni Maroccolo (basso),
Federico Renzulli (chitarre), Antonio Aiazzi (tastiere), Ringo de Palma
(batteria). Questo è il periodo dell’etno-dark wave: il basso mangiatutto di
Maroccolo, l’istrionico e travolgente ventenne Pelù, le fughe di Aiazzi, le
scatarrate di Ghigo e il ritmo pulsante di Ringo portano agli album Eneide,
Desaparecido (pubblicato anche in Francia), il magnifico 17Re e Litfiba 3. All’inizio
degli anni ’90 una svolta fondamentale: i Litfiba si lanciano nel mondo
rock’n’roll italiano, sostenuti dallo storico produttore artistico Alberto
Pirelli, con El Diablo, Terremoto e Spirito; Gianni Maroccolo lascia il gruppo
per divergenze artistiche con il produttore, fonda i C.S.I. con i disciolti
CCCP Fedeli alla Linea e inaugura l’etichetta Sonica, contribuendo in maniera
sostanziale alla nascita dell’underground italiano degli anni ’90 (si citano i
Marlene Kuntz, Timoria) e ancor oggi attivissimo nella scena con l’etichetta
Alkemy Factory.
Dopo la consacrazione nel mainstream musicale italiano grazie agli
album Mondi Sommersi e Infinito, nel 2000 avviene l’ennesimo scisma: Pelù esce
dal gruppo. Seguono quasi dieci anni bui per Pelù e Renzulli. Oggi c’è la reunion con Grande Nazione, forse il
primo esperimento di una cover di se stessi: rock in stile anni ’90, i testi
dei brani – a mio parere - poco entusiasmanti, tatuaggi forzati e pose da
rockstar della prima ora. A mio parere, pagheranno caro, a livello artistico,
il rifiuto della proposta di Maroccolo di una reunion anni ’80 per ricordare i 30 anni della band.
I Diaframma nascono nel 1980
da Federico Fiumani (chitarra, autore dei testi), Leandro Cicchi (basso),
Gianni Cicchi (batteria), Nicola Vannini (voce) poi ben presto sostituito da
Miro Sassolini. Il loro primo album è “Siberia” ed è la pietra miliare della
loro discografia. A fine anni ’80 due avvenimenti incidono non poco sul futuro
della band: dopo la pubblicazione di “Tre volte lacrime” i Diaframma lasciano,
anche loro per divergenze artistiche, il produttore Alberto Pirelli; la voce
storica Miro Sassolini lascia il gruppo dopo l’album autoprodotto “Boxe”. Le
sorti del gruppo sono ben prese in mano dal fondatore Federico Fiumani che,
prendendosi l’onere di cantare e ingaggiando nuovi elementi in formazione, sforna
dischi di rilievo e, ben presto, diventa un personaggio di culto della scena
underground italiana. Tra gli album significativi citiamo: In perfetta
solitudine (1990), Anni luce (1992), Il ritorno dei desideri (1994, prodotto da
Gianni Maroccolo), Il futuro sorride a quelli come noi (2001), I giorni
dell’Ira (2002), Camminando sul lato selvaggio (2007).
Oggi i Diaframma son tornati,
sempre all’altezza di loro stessi, con Niente di Serio, un album che non delude
le aspettative, con cui Fiumani, ormai maturo rocker, dimostra che ha tanta
energia ed originalità da vendere.
LITFIBA:
Com’erano:
Litfiba “Guerra” (1983 Rai Orecchiocchio)
Come
sono: Litfiba “Squalo” (da Grande Nazione, 2012)
DIAFRAMMA
Com’erano:
Diaframma “Siberia” (da Siberia, 1984)
Come
sono: Diaframma “Carta Carbone” (da Niente di Serio, 2012)
Gaetano per Indiepercui
-articolo
ispirato dalla puntata “Indiepercui: Diaframma vs Litfiba” – andata in onda il
18/01/2012-
Finalmente è arrivato, o meglio, sta
arrivando. Insomma, finalmente il primo album ufficiale di Giuseppe
Chimenti in arte “Modì” esiste e toccherà aspettare solo fino
al 17 marzo per vederlo portato alla luce. C'è stata una specie di
spasmodica attesa per questo suo primo album chiamato“Il suicidio
della formica”, spasmodica per chi, come me, lo segue
artisticamente da qualche tempo, conoscendo l'evoluzione che ha
portato poi alla nascita di questo suo primo Long Play, attraverso il
suo lavoro precedente, “Odio l'estate”, un Ep di 6 tracce
prodotto in collaborazione con il Circolo degli Artisti, all'epoca di
Raniero Pizza.
“Il suicidio della formica” è arrivato solo
dopo anni di duro lavoro, di ricerca di suoni, di una identità ed
arriva in questo scenario da “età dell'oro” per chiunque sappia
suonare e possegga una chitarra acustica e sappia anche solo
vagamente cantare. Arriva casualmente in questo scenario fatto di
cantautorati sterili e sospiri al microfono. Questo artista e quindi
questo album, arrivano da un'altra storia, da un'altra strada e non è
figlio dei vari Dente, Brondi, come la maggior parte di coloro che
adesso fanno la voce grossa sui palchi “underground” di tutta
Italia. Questo lavoro può essere visto come una “involuzione” in
termini d'impatto sonoro, per chi conosce il Modì dei tempi di
“Radioattività”,ma ovviamente il discorso non è così semplice.
Questa sua evolutiva involuzione è il frutto di un modo diverso di
approccio ai testi, che li rende intimi, che li rende assimilabili al
punto da non aver bisogno di essere urlati. L'esempio decisivo è
l'ottava traccia, “Preferisco il silenzio”, per chiunque l'avesse
ascoltata in versione “elettrica”.
Nel suo essere acustico e con impronte
folk, questo disco, non crea mai la classica patina di offuscamento,
non crea quel senso di vuoto tra una pennellata di chitarra e
l'altra, non crea mai quella sensazione di solitudine sonora di un
cantautore al cospetto dei suoi stessi pezzi; Modì affronta i suoi
stessi pezzi con decisione, con una completezza sonora che
difficilmente si trova in giro, questo disco è di una maturità che
non si trova mai in un disco d'esordio. Si apre con le atmosfere
quasi oniriche di “La persistenza nella memoria”, per poi tornare
alla realtà con “La ballata del grande nulla” (cover di “Big
ballad of nothing” di Elliott Smith) e “Gli anni chiusi in
tasca”. La malinconia di “Carnevale” e “Di venerdì tutto
succede”, che ci introduce a quella che, forse, è la traccia più
bella del disco “L'amore ci brucerà” che sarà anche il secondo
video estratto dall'album dopo “Suicidio in stazione”, nata da
una storia vera. Si arriva alla chiusura dell'album e Modì ci
riporta nella malinconia rassicurante con “Preferisco il silenzio”
e “Il suicidio della formica” che potrei definire “una curiosa
e sacrosanta favola contro il lavoro”.
Per vedere Modì dal vivo ed ascoltare
i pezzi dell'album o comprarlo in anteprima, dovrà recarsi il 17
marzo presso il Circolo degli Artisti, dove avverrà la presentazione
ufficiale, con molti ospiti. Il disco vedrà poi la luce per Hydra
Music dal 20 Marzo.
NoizeWave
Ora pro nobis.
Qui, potete vedere il secondo video estratto: L'amore ci brucerà.
ASSOCIAZIONI
“VIRTUALI”: LA POESIA SATIRICA DE “IL PEGGIO”
(pubblicata anche su Noicattaro Web - La voce del Paese)
Gli Anni Zero, l'era di
Internet a banda larga, hanno senza dubbio alterato i luoghi della
socialità della gente. Le piazze sono vuote. Spesso
in provincia, come anche nel nostro paese, ci sono pochi pub, locali
o altri luoghi pubblici. Le associazioni sembrano non
funzionare più: perdono il ruolo primordiale di aggregare
gente, alcune sono inadeguate con la realtà che le circonda,
spesso si ritirano nell'autoreferenzialità intelletual mode
o, peggio, alcune sono dei paraventi che celano le ambizioni di
carriera (anche politiche) del
“leader” di turno. Se gli “adulti”, oramai,
trasferiscono le loro passeggiate settimanali nei centri commerciali,
i giovani si incontrano sempre più nei social network. E qui
nascono associazioni di fatto (non costituite di diritto), una sorta
di associazioni “virtuali” tra ragazzi volenterosi e capaci,
spesso residenti in luoghi diversi, che promuovono cultura, arte,
musica e informazione proprio come le associazioni di una volta.
Un'associazione, dunque, non prettamente più identificabile in
uno specifico territorio locale, ma che riescono anche ad andare
oltre creando sinergie con ragazzi di tutta Italia e, volendo, di
tutto il mondo.
Tra queste, vi
presentiamo IL Peggio: è un sito di satira in poesia, ideato e
gestito da ragazzi che utilizzano internet, le partnership con realtà
simili (tra cui la trasmissione Indiepercui di Radio 103, la
trasmissione Le Idi di Marzo di Radio Città Futura di Bari) e
il passaparola per farsi conoscere. Di seguito un'intervista a Luigi,
aka Lourid, di Adelfia (Ba)
Presentate l'attività de Il Peggio.
La sfida de Il Peggio è: riuscire a creare un blog basato sulla poesia satirica. La satira, si sa, è da sempre espressa in varie forme, ma assai di rado in quella della poesia. L'intento de Il Peggio quindi è quello di sfruttare le potenzialità di internet per proporre una cosa tanto inusuale e oggigiorno quasi inconcepibile come la poesia satirica. Un' altra sfida che ci proponiamo è quella di scrivere poesie satiriche sull'attualità, cosa non facile, in una sorta di "cronaca per menestrello" delle principali vicende politiche che interessano il nostro paese. A dire il vero, vorremmo che i nostri politici facessero vera politica, invece che darci infinite occasioni per schernirli. Dopotutto, Il Peggio porta questo nome perché è proprio così che vediamo la politica italiana, come Il Peggio possibile che possa capitarci. Che Il Peggio sia con voi.
Come nasce Il Peggio? Quanti e di dove siete?
Il Peggio deve la sua nascita essenzialmente alle Poesie di Sandro Bondi. E' stato infatti sull'omonima pagina facebook che quasi tutti gli attuali componenti dello staff del Peggio si davano appuntamento più o meno un anno fa per comporre poesie satiriche dichiaratamente ispirate allo stile del Vate di Fivizzano. Da lì nel mese di dicembre del 2010 è venuta a me (Lourid - Luigi Iacobellis) e Andreaseperso (Andrea Lazzo) l'idea di aprire il blog, cui si è quasi subito aggiunto il nostro vignettista principe, Gdb - Giuseppe Del Buono. Quasi subito dopo si sono aggiunti tutti gli altri: Vincenzo Scalfari (Archiloco - Aristarco), Stefano Mazzardo (S.M.), Annalisa De Donatis (Franklin Delano Impellenza), Giuseppe "Marziale” Gigliobianco (Gmg) Pietro Biliotti (l'Ortolano), Roberto Soggiu (Ottandro). E last but not the least ... Nunzio Lamonaca (Nunxio Bixio).
Solo alcuni di noi sono di Bari: il nostro staff proviene da un pò tutte le varie regioni dello stivale!
Qual è lo stato della satira in Italia? Il pubblico è pronto a recepirla per quel che è?
Il mio parere personale circa lo stato della satira in Italia è che sia nettamente migliorato rispetto a qualche mese fa, quando in questo paese non c'era nessun grande periodico di satira politica, cosa inaudita in altri paesi. Ora abbiamo invece "Il Misfatto" e il ritorno de"Il Male", sebbene quello degli anni '70 fosse molto, ma molto più cattivo o graffiante. Purtroppo ci troviamo a vivere in tempi molto diversi da quelli, in cui s'è persa la voglia e forse anche la capacità di osare e provocare ... E chi come Luttazzi questa attitudine ce l'ha, è per ora stato messo da parte dal mondo dello show business.
Quale riscontro avete e qual è l'utilità della rete per il vostro lavoro?
Quanto al pubblico, devo dire che quello del nostro blog risponde decisamente bene alla nostra proposta di satira. Fatto salvo il periodo immediatamente successivo all'insediamento di Monti, in cui anche noi abbiamo avuto bisogno di riorganizzarci un po' (cercate di capirci, siamo passati dal circo all'università da un giorno all'altro). Personalmente sono sorpreso dal riscontro che le nostre poesie satiriche spesso ottengono, ma voglio sottolineare che senza le vignette di Gdb o i fotomontaggi di Andreaseperso, o forme ancor più immediate e brevi come le freddure sulla nostra pagina probabilmente arriveremmo a un numero decisamente inferiore di persone.
Lasciateci un vostro contributo.
Il Peggio: 11 Haiku per Vasco Rossi – (ps: non fate i permalosi) -