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sabato 3 marzo 2012

Maria Antonietta (recensione)


Pubblicato su Stordisco - www.stordisco.blogspot.com 

Maria Antonietta, non esistono vie di mezzo per questa giovanissima artista di Pesaro, non esistono i “sì, però”, la questione è molto semplice o la si ama o la si odia. O la ami follemente oppure dopo le prime note spegni lo stereo, il computer e tutto ciò che potrebbe trasmetterla.
I motivi per amarla sono diversi: ha una personalità spiccata, che le ha permesso di abbandonare i primi progetti per dedicarsi interamente alla sua carriera solista e questa volta in italiano. Ha coraggio da vendere, si presenta come una paladina spirituale, ama Gesù e tutti i Santi. Ha una voce sfrontata, ruvida, molto rock ‘n roll.
I motivi per odiarla penso che siano gli stessi, a voi decidere!

L’abbiamo lasciata come Marie Antoinette con il suo lavoro d’esordio “I Want to suck your young blood” totalmente in inglese, ed è stato subito una caccia alla citazione, c’era chi diceva che fosse la Patti Smith italiana, Pj Harvey, che avesse in sé lo spirito delle Hole tutte insieme, ora che canta in italiano e si presenta semplicemente come Maria Antonietta, la situazione non è diversa, c’è chi parla di Carmen Consoli e così via.

Bene! Io non ho proprio voglia di stare a questo gioco. Dico solo che questo è un album di grandi contrasti, è tutto tinto da sfumature retrò o decadenti ( termine che le si addice moltissimo) ma dietro questo “rosa-antico” c’è un forte spirito punk. Si è presentata con un singolo di forte impatto come “Quanto eri bello” che di primo acchito sembra una canzone d’amore, tutt’altro, è una sorta di rivincita delle donne ed è quanto mai realistico, le ragazze ora non cercano più il principe azzurro,”quanto eri bello, io volevo solo portarti a letto” ma è anche vero che si è estremamente fragili “e volevo essere felice ad ogni costo”. Un album dove la dimensione personale è raccontata senza filtri e senza vergogna, è la storia di una vita, di una crescita. Brani come “Saliva” o “Estate 93” e “Questa è la mia festa” raccontano un po’ il disagio di un’anima così come potrebbe essere applicabile al disagio delle ultime generazioni, “E poi tutte le mie canzoni parlano di un solo cazzo di argomento, della mia incapacità di accettare la realtà”. La passione per la agiografia è anche in questo lavoro molto presente nei brani come “Maria Maddalena” e “Santa Caterina” , è una componente importante e molto caratterizzante per Letizia Cesarini, componente che trovo originale al di là dei pareri personali.

In conclusione, è un album che può trovare il suo seguito, e che ha sicuramente qualcosa da dire, è forse un po’ troppo ostico e ripetitivo e che a lungo andare può annoiare. Sicuramente ha portato Maria Antonietta ad essere una personalità nella scena musicale italiana anche grazie ad una buona produzione di Dario Brunori. Staremo a vedere.













Management del Dolore Post-Operatorio- Auff!! (Recensione)


Pubblicato su Stordisco - www.stordisco.blogspot.com

Auff!! Che può non dir nulla così come può essere un titolo geniale per un album, per la realtà, per la vita.
Si presentano in modo prorompente questi 4 ragazzi di Lanciano, con un singolo che la dice lunga “Porno-bisogno” e forse non è un caso per loro aprire con questo brano, si vocifera infatti che questi ragazzi si siano ritrovati infortunati, ognuno a proprio modo, dopo un incidente autostradale e siano arrivati alla conclusione che l’unico modo per riprendersi dal “dolore post operatorio” fosse il piacere, e la copertina dell’album è molto emblematica in questo senso. Ma andando avanti con l’ascolto che si rivela molto scorrevole ci troviamo nelle orecchie l’irriverente Tittle-track “Auff!” , ben riuscita, a mio parere la migliore, dove vengono vomitati una serie di luoghi comuni, citazioni ben pensate che mirano a scardinare quello stereotipo del “poeta maledetto” che ultimamente sembra essere inflazionato. Edgar Alan Poe, Baudelaire, Verlaine, Rimbaud, fino al contemporaneo Bukowski, emblema di un disagio sociale ma che probabilmente applicati alla nostra società si spogliano della loro genuinità e si vestono di moda. “Ho un amico e se ci parli per un po’, non ha nulla da invidiare Ad Edgar Allan Poe” . Auff! Si pone come un “Hiroshima Provinciale” per spazzare via le costruzioni mentali, “Bukowski! Dimmi la verità, di quella birra non ne hai bevuta la metà”, a tratti davvero dissacrante ma inseriti in un contesto più ampio la loro ironia e la loro critica è davvero apprezzabile. Si continua con “Marylin Monroe che tiene alta l’attenzione dopo la bomba appena ascoltata, ancora una volta si prende in esame un mito quale Marylin. E vai con “Signor poliziotto” che mi riporta un po’ alla mente le sonorità dei Fast Animals and Slow Kids, anche questi un gruppo giovane e molto valido. Ed è il momento di Amore Borghese” con una sorpresa, in quanto ad affiancare la voce di Luca Romagnoli troviamo la riconoscibile voce di Emiliano Audisio, cantante dei Linea 77.
Dottorato in Filosofia, s’è buttato dal settimo piano, I Have no Future, grida mentre vola via” è la storia di “Norman” ,cronaca vera, successa in Sicilia dove la disperazione e il precariato nel lavoro e nella ricerca hanno dato vita a questa classe di persone promettenti, laureate e disperate. Con un testo schietto, vero e diretto che ben si sposa con tutto l’album. È il momento di “Irreversibile”, originale nel tema, facendo riferimento alle Sacre Scritture arriva alla conclusione che il grado di entropia della condizione umana è così forte che la soluzione è distruggere. Si continua con “Macedonia” dove già il titolo è emblematico e giù con “Nei Palazzi dove ci si rifugia anche per codardia in un mondo ideale che se anche non avremmo voluto farne parte ne siamo inclusi senza riuscire a farci nulla. Ed ecco l’ultima in lista per essere ascoltata “Il Numero otto” e non è meno di tutto l’album, anzi tiene ancora alta l’attenzione.
Per concludere, il progetto è molto valido, nei testi, nel sound, nell’immagine, soprattutto funzionano perché hanno un chiaro concetto di base. Si sono meritatamente guadagnati uno spazio nella scena musicale con irriverenza e senza chiedere il permesso.


venerdì 2 marzo 2012

Babalot in concerto - sabato 3 marzo 2012



Il cantautore romano per la prima volta in Puglia con un live acustico il 3 marzo a Giovinazzo.
-Pubblicato per GoConversano.it-
L'associazione culturale "Substrati - Culture dal Sottosuolo" e Arci 37 Giovinazzo sabato 3 marzo ospiteranno il live di Babalot, realtà musicale cantautorale indipendente italiana.
Babalot (Sebastiano Pupillo, accompagnato da un numero variabile di musicisti) presenterà, in un live acustico (affiancato per l'occasione da Thomas Longhi), il suo ultimo lavoro "Non sei più", uscito nel 2011 per Aiuola Dischi.
A sei anni dall'uscita di "Un segno di vita", il visionario Babalot è tornato con il suo pop stralunato, otto tracce nelle quali si fonde l'ironia e la tragedia. Ai testi profondi e scanzonati sono affiancate le sonorità più disparate, le chitarre classiche e i suoni da videogioco. Un disco disincantato nel quale l'umorismo e l'anima low-fi-pop-punk la fanno da padrone.
Ad aprire il concerto l'esibizione chitarra e voce del cantautore tarantino Pierpaolo Scuro(chitarrista, tastierista e cantante dei Tuesday's bad weather), che mescola nella sua musica il folk, il rock alternativo e il cantautorato italiano anni '70.
I Substrati Culture dal Sottosuolo, nati nel novembre del 2010, continuano la loro attività di ricerca delle culture sommerse, musicali e non, proponendo live music, reading, proiezioni di film e documentari etc etc.
L'idea è quella di far conoscere ad un pubblico sempre più ampio l'originalità dell'ambiente underground, quello quasi sconosciuto ai più.
Info e contatti:
Substrati - Culture dal sottosuolo: www.facebook.com/substrati - substrati.cds@gmail.com
ARCI 37: www.myspace.com/arci37 - arci.tressett@gmail.com - Arci 37, località Ponte Giovinazzo ore 22 - ingresso 4€ soci Arci (ingresso + tessera 2012 € 8)
Scarlett per Indiepercui

martedì 28 febbraio 2012

First Aid Kit, The lion's roar






Secondo disco del duo svedese composto dalle sorelle Joanna e Klara Söderberg, il cui progetto segue il revival country-folk e la riproposizione in chiave moderna delle atmosfere degli anni ’60-‘70 americani (Dylan, Simon e Garfunkel, Crosby, Still, Nash & Young, Joni Mitchell, Beach Boys) fieramente portato avanti da band come i Fleet Foxes, aggiungendo una particolare gradevolezza derivante dalla scelta delle melodie e dal perfetto intarsio delle voci. Il disco si compone di undici tracce dominate dalle bellissime voci delle titolari del progetto, ben inserite nell’impeccabile tappeto sonoro realizzato in buona parte da loro stesse, visto che, oltre a cantare, Joanna e Klara suonano anche chitarra e tastiere. Un approccio musicale dunque genuino e alieno da orpelli elettronici che viene riproposto nelle esibizioni dal vivo, che prevedono la presenza solo di un batterista ad accompagnare le sorelline.
Tra i brani degni di nota, la title-track e iniziale The lion’s roar chiarisce già, con il perfetto intarsio di voci, percussioni e mandolino, le coordinate musicali del disco. Emmylou parte da un rimpianto nostalgico dell’estate causato dall’arrivo dei freddi venti invernali per cantare nel ritornello due splendide coppie della musica folk americana, quelle formate da Gram Parsons ed Emmylou Harris (cui è intestato il titolo), e da Johnny Cash e June Carter. Blue nasconde sotto l’ammaliante tappeto sonoro il riferimento a una donna che gli accidenti della vita hanno reso impermeabile al contatto con gli altri. In the hearts of men esprime invece il desiderio tutto femminile di indagare nel profondo i cuori degli uomini. To a poet, pezzo caratterizzato da un delizioso cambio di passo nell’ultima parte (propiziato dall’irrompere di quartetto d’archi e fiati), traveste il rimpianto per un abbandono nel riferimento alle parole del poeta Frank O’Hara.
Insomma, un disco gradevolissimo, sicuramente tra i più belli tra quelli usciti in questo inizio 2012.





giovedì 23 febbraio 2012

Leonard Cohen, Old ideas









Dodicesimo album di inediti dell’ormai settantottenne poeta e cantautore canadese, forse una delle figure più influenti della musica di qualità a livello mondiale, da accostare a quella di Bob Dylan.
Si tratta di dieci brani di grande classe, che musicalmente riprendono lo stile dell’ultimo Cohen: voce roca e inconfondibile che domina un tappeto musicale di stile piuttosto tradizionale, in cui trovano spazio pianoforte, chitarre acustiche, tastiere, fiati. C’è anche un brano accompagnato da un banjo, che infatti si intitola proprio Banjo. Come spesso nei dischi del Cohen più recente alla sua voce da crooner si affianca l’apporto (quando necessario) di cori femminili.
Trattandosi di un artista che è passato come nulla dalla scrittura di poesie e romanzi a quella di canzoni (senza sopprimere né l’una né l’altra inclinazione) c’era molta curiosità per i testi del disco, anche perché lui stesso confessa che dal 1983 scrivere canzoni gli è diventato più difficile di prima, pur lavorando sempre sodo.
Ebbene, i testi contengono una forte impronta autobiografica (lo mostra il quasi esame di coscienza di Going home, che inizia così: ‘Amo parlare con Leonard, è uno sportivo, un pastore e un pigro bastardo’). La maggior parte dei testi seguono questa dichiarazione iniziale e parlano di un uomo disilluso, consapevole di avere attraversato tante fasi della sua vita e di non avere neanche tanto da vivere (Amen, Darkness, Show me the place, brani che con la già citata Going home compongono un quartetto iniziale di carattere fortemente autobiografico). Non manca in ogni caso anche il tema dell’amore ‘tormentato’ (Crazy to love you, Come healing e la soave ninna nanna Lullaby).
Idee vecchie, quelle del Nostro, ma ancora in grado dunque di dire la loro e di emozionare gli animi più sensibili…



Lisa Hannigan, Passenger








È uscito dalle nostre parti il 17 gennaio, mentre oltre Atlantico circolava già dall’autunno scorso, il secondo disco solista della cantante irlandese, che si è fatta conoscere nella prima parte degli anni zero come collaboratrice e voce femminile del conterraneo Damien Rice. Ora il sodalizio (professionale e sentimentale…) è terminato e, dopo l’acclamato debutto Sea sow, Lisa torna con un disco ispirato al folk della sua terra, contaminato all’occorrenza con un pop di sapore orchestrale e dominato dalla sua voce potente e ammaliante.
La stessa autrice dice del disco che “molti di questi brani sono stati scritti in viaggio, per questo possiedono quel senso di nostalgia tipico del viaggiatore”. Vanno in questa direzione la title-track, con il suo racconto di un percorso tra gli States, la dolce A sail e la roboante Home. Ma tra i temi del disco ci sono anche “gli amori, gli struggimenti, le confusioni e le amicizie che attraversiamo durante la nostra vita, oltre gli anni e i continenti, e che durano nonostante il tempo”. Segue questa ispirazione What’ll I do, delizioso motivetto di sapore quasi etnicheggiante che dileggia un amore perduto (il povero Damien?!). Il culmine del disco è raggiunto però dalla struggente e sognante ballata Nowhere to go, che parla ancora una volta di un viaggio, riferendosi però questa volta al volo di un uccello, che non trova più un posto dove andare.



Diaframma, Niente di serio






Diciassettesimo disco di inediti della band fiorentina, il cui marchio è portato avanti con ostinazione e fierezza dal chitarrista e autore dei testi Federico Fiumani. Iniziata agli albori degli anni ’80 in una Firenze influenzata dal dark e dalla new wawe anglosassone, la carriera della band ha visto alternarsi alla voce, prima dello stesso Fiumani, Nicola Vannini e Miro Sassolini. Attualmente la band si presenta come un terzetto con Luca Cantasano al basso e Lorenzo Moretto alla batteria. Alle registrazioni di questo album ha partecipato inoltre, suonando piano e tastiere, Gianluca de Rubertis de Il Genio.
Si tratta in tutto di dodici canzoni, dominate dalla poetica fiumaniana, che alterna come sempre in maniera umorale ironia e sentimento, sussurri e urli, dolcezza e ira. Particolamente ‘pulsante’ il cuore del disco, con due pezzi molto tirati e trascinanti come la title-track ed Energia del rock. Si lasciano ascoltare volentieri anche Entropia, il pezzo più meditativo del lotto, come suggerisce lo stesso titolo ‘filosofico’, e Madre superiora, brano ‘sentito’, nel pieno stile fiumaniano: refrain cantato a squarciagola, anzi a un certo punto urlato e distorto ‘nature’, senza l’ausilio di vocoder o altre diavolerie elettroniche. Verso la fine il tocco di classe: la profonda e dilatata Grande come l’oceano, in cui il Nostro rivela la sua giovanile infatuazione per i Ramones.
Insomma, una buona uscita, in linea con uno stile caparbiamente portato avanti in ormai 30 anni di musica e parole dal buon Federico, e un disco che non mancherà di appassionare e ‘trascinare’ nelle instancabili esibizioni live della band.




lunedì 20 febbraio 2012

Bologna Violenta: “Il bervismo” ci salverà"



Parola di Nicola Manzan, che presenterà il suo nuovo album in uno spettacolo imperdibile a Castellana Grotte.

-Pubblicato per Go Conversano www.goconversano.it - 

Quando si parla dell’avanguardia della musica indipendente italiana non si può fare a meno di citare il sommo Nicola Manzan. Vanta le più disparate collaborazioni (Baustelle, Il teatro degli Orrori) ma il suo alterego si chiama Bologna Violenta.
Utopie e piccole soddisfazioni (Wallace Records / Dischi Bervisti, 2012) è il terzo album dell’eclettico polistrumentista, che riesce a far convergere in una sola opera le sue due anime: quella classica (essendo anche diplomato al conservatorio in violino) e quella più hardcore. E un connubio del genere non è da tutti. Ne vien fuori un album sperimentale più che ben riuscito.
Nei circa trenta minuti dell’album si passa dalla pura satira (Remerda , fiaba politica a lieto fine) ai cori dei monaci benedettini, a potenti urla strazianti (Mi fai schifo, con Francesco Valente, batterista del Teatro degli Orrori) fino ad arrivare alle chiamate degli ascoltatori nei programmi radiofonici di provincia (Piccole soddisfazioni). Non mancano gli intermezzi soft, dove gli archi prendono il posto del rumore puro. (Intermezzo o in paricolare Finale – con rassegnazione, orchestrale post 2010).
Lo show più atteso della one man band è fissato per il 26 febbraio, in uno scenario inusuale qual è quello della Caverna della Grave nelle Grotte di Castellana. La performance, già unica di suo, verrà amplificata dalla particolarità della location, definita in passato “La bocca dell’Inferno”. (Info e prenotazioni: officinalive@libero.it ).
Nicola Manzan è impeto, è armonia. È anche il “bervismo” (una sorta di iperbuddismo), un nuovo modo di vedere la vita, del tutto positivo: nessuna politica, nessuna religione, bervismo per più.
Scarlett per Indiepercui

Litfiba e Diaframma: cosa rimane della new wave fiorentina?


- Pubblicato per NoicattaroWeb -La voce del Paese-  il 18/02/2012 -

Il 2012 è partito alla grande con tante nuove uscite musicali degne di nota. Le uscite di cui vi parliamo ci riportano indietro di quasi 30 anni. Stiamo parlando di “Grande Nazione” dei Litfiba e “Niente di Serio” dei Diaframma, usciti in contemporanea il 17 Gennaio scorso. Litfiba e Diaframma sono stati negli anni ’80 i protagonisti della new wave fiorentina, la nuova ondata di musica italiana che ben presto contagiò l’intero Stivale. Erano come fratelli, due band sotto la stessa etichetta e spesso sullo stesso palco. Ma cosa è rimasto oggi di quella favolosa ondata musicale?
I Litfiba sono nati nel 1980 con una formazione che ancor oggi è oggetto di culto:  Piero Pelù (voce), Gianni Maroccolo (basso), Federico Renzulli (chitarre), Antonio Aiazzi (tastiere), Ringo de Palma (batteria). Questo è il periodo dell’etno-dark wave: il basso mangiatutto di Maroccolo, l’istrionico e travolgente ventenne Pelù, le fughe di Aiazzi, le scatarrate di Ghigo e il ritmo pulsante di Ringo portano agli album Eneide, Desaparecido (pubblicato anche in Francia), il magnifico 17Re e Litfiba 3. All’inizio degli anni ’90 una svolta fondamentale: i Litfiba si lanciano nel mondo rock’n’roll italiano, sostenuti dallo storico produttore artistico Alberto Pirelli, con El Diablo, Terremoto e Spirito; Gianni Maroccolo lascia il gruppo per divergenze artistiche con il produttore, fonda i C.S.I. con i disciolti CCCP Fedeli alla Linea e inaugura l’etichetta Sonica, contribuendo in maniera sostanziale alla nascita dell’underground italiano degli anni ’90 (si citano i Marlene Kuntz, Timoria) e ancor oggi attivissimo nella scena con l’etichetta Alkemy Factory.
Dopo la consacrazione nel mainstream musicale italiano grazie agli album Mondi Sommersi e Infinito, nel 2000 avviene l’ennesimo scisma: Pelù esce dal gruppo. Seguono quasi dieci anni bui per Pelù e Renzulli. Oggi c’è la reunion con Grande Nazione, forse il primo esperimento di una cover di se stessi: rock in stile anni ’90, i testi dei brani – a mio parere - poco entusiasmanti, tatuaggi forzati e pose da rockstar della prima ora. A mio parere, pagheranno caro, a livello artistico, il rifiuto della proposta di Maroccolo di una reunion anni ’80 per ricordare i 30 anni della band.
I Diaframma nascono nel 1980 da Federico Fiumani (chitarra, autore dei testi), Leandro Cicchi (basso), Gianni Cicchi (batteria), Nicola Vannini (voce) poi ben presto sostituito da Miro Sassolini. Il loro primo album è “Siberia” ed è la pietra miliare della loro discografia. A fine anni ’80 due avvenimenti incidono non poco sul futuro della band: dopo la pubblicazione di “Tre volte lacrime” i Diaframma lasciano, anche loro per divergenze artistiche, il produttore Alberto Pirelli; la voce storica Miro Sassolini lascia il gruppo dopo l’album autoprodotto “Boxe”. Le sorti del gruppo sono ben prese in mano dal fondatore Federico Fiumani che, prendendosi l’onere di cantare e ingaggiando nuovi elementi in formazione, sforna dischi di rilievo e, ben presto, diventa un personaggio di culto della scena underground italiana. Tra gli album significativi citiamo: In perfetta solitudine (1990), Anni luce (1992), Il ritorno dei desideri (1994, prodotto da Gianni Maroccolo), Il futuro sorride a quelli come noi (2001), I giorni dell’Ira (2002), Camminando sul lato selvaggio (2007).
Oggi i Diaframma son tornati, sempre all’altezza di loro stessi, con Niente di Serio, un album che non delude le aspettative, con cui Fiumani, ormai maturo rocker, dimostra che ha tanta energia ed originalità da vendere.
LITFIBA:
Com’erano: Litfiba “Guerra” (1983 Rai Orecchiocchio) 
Come sono: Litfiba “Squalo” (da Grande Nazione, 2012)


DIAFRAMMA
Com’erano: Diaframma “Siberia” (da Siberia, 1984)


Come sono: Diaframma “Carta Carbone” (da Niente di Serio, 2012)


 Gaetano per Indiepercui
-articolo ispirato dalla puntata “Indiepercui: Diaframma vs Litfiba” – andata in onda il 18/01/2012-
Mercoledi ore 21 – www.radio103.tv – fm 103.7
Facebook/Twitter/Google+: Indiepercui 103

sabato 18 febbraio 2012

Modì - Il suicidio della formica. Esce il disco d'esordio, finalmente.

<Pubblicato per ENERGIE 9 http://rivista.energie9.org/>


Finalmente è arrivato, o meglio, sta arrivando. Insomma, finalmente il primo album ufficiale di Giuseppe Chimenti in arte “Modì” esiste e toccherà aspettare solo fino al 17 marzo per vederlo portato alla luce. C'è stata una specie di spasmodica attesa per questo suo primo album chiamato“Il suicidio della formica”, spasmodica per chi, come me, lo segue artisticamente da qualche tempo, conoscendo l'evoluzione che ha portato poi alla nascita di questo suo primo Long Play, attraverso il suo lavoro precedente, “Odio l'estate”, un Ep di 6 tracce prodotto in collaborazione con il Circolo degli Artisti, all'epoca di Raniero Pizza.

“Il suicidio della formica” è arrivato solo dopo anni di duro lavoro, di ricerca di suoni, di una identità ed arriva in questo scenario da “età dell'oro” per chiunque sappia suonare e possegga una chitarra acustica e sappia anche solo vagamente cantare. Arriva casualmente in questo scenario fatto di cantautorati sterili e sospiri al microfono. Questo artista e quindi questo album, arrivano da un'altra storia, da un'altra strada e non è figlio dei vari Dente, Brondi, come la maggior parte di coloro che adesso fanno la voce grossa sui palchi “underground” di tutta Italia. Questo lavoro può essere visto come una “involuzione” in termini d'impatto sonoro, per chi conosce il Modì dei tempi di “Radioattività”,ma ovviamente il discorso non è così semplice. Questa sua evolutiva involuzione è il frutto di un modo diverso di approccio ai testi, che li rende intimi, che li rende assimilabili al punto da non aver bisogno di essere urlati. L'esempio decisivo è l'ottava traccia, “Preferisco il silenzio”, per chiunque l'avesse ascoltata in versione “elettrica”.
Nel suo essere acustico e con impronte folk, questo disco, non crea mai la classica patina di offuscamento, non crea quel senso di vuoto tra una pennellata di chitarra e l'altra, non crea mai quella sensazione di solitudine sonora di un cantautore al cospetto dei suoi stessi pezzi; Modì affronta i suoi stessi pezzi con decisione, con una completezza sonora che difficilmente si trova in giro, questo disco è di una maturità che non si trova mai in un disco d'esordio. Si apre con le atmosfere quasi oniriche di “La persistenza nella memoria”, per poi tornare alla realtà con “La ballata del grande nulla” (cover di “Big ballad of nothing” di Elliott Smith) e “Gli anni chiusi in tasca”. La malinconia di “Carnevale” e “Di venerdì tutto succede”, che ci introduce a quella che, forse, è la traccia più bella del disco “L'amore ci brucerà” che sarà anche il secondo video estratto dall'album dopo “Suicidio in stazione”, nata da una storia vera. Si arriva alla chiusura dell'album e Modì ci riporta nella malinconia rassicurante con “Preferisco il silenzio” e “Il suicidio della formica” che potrei definire “una curiosa e sacrosanta favola contro il lavoro”.

Per vedere Modì dal vivo ed ascoltare i pezzi dell'album o comprarlo in anteprima, dovrà recarsi il 17 marzo presso il Circolo degli Artisti, dove avverrà la presentazione ufficiale, con molti ospiti. Il disco vedrà poi la luce per Hydra Music dal 20 Marzo.

NoizeWave
Ora pro nobis.



Qui, potete vedere il secondo video estratto: L'amore ci brucerà.   

mercoledì 1 febbraio 2012

Associazioni "Virtuali": la poesia satirica de "IL PEGGIO"



ASSOCIAZIONI “VIRTUALI”: LA POESIA SATIRICA DE “IL PEGGIO”
(pubblicata anche su Noicattaro Web - La voce del Paese)


Gli Anni Zero, l'era di Internet a banda larga, hanno senza dubbio alterato i luoghi della socialità della gente. Le piazze sono vuote. Spesso in provincia, come anche nel nostro paese, ci sono pochi pub, locali o altri luoghi pubblici. Le associazioni sembrano non funzionare più: perdono il ruolo primordiale di aggregare gente, alcune sono inadeguate con la realtà che le circonda, spesso si ritirano nell'autoreferenzialità intelletual mode o, peggio, alcune sono dei paraventi che celano le ambizioni di carriera (anche politiche) del “leader” di turno. Se gli “adulti”, oramai, trasferiscono le loro passeggiate settimanali nei centri commerciali, i giovani si incontrano sempre più nei social network. E qui nascono associazioni di fatto (non costituite di diritto), una sorta di associazioni “virtuali” tra ragazzi volenterosi e capaci, spesso residenti in luoghi diversi, che promuovono cultura, arte, musica e informazione proprio come le associazioni di una volta. Un'associazione, dunque, non prettamente più identificabile in uno specifico territorio locale, ma che riescono anche ad andare oltre creando sinergie con ragazzi di tutta Italia e, volendo, di tutto il mondo.

Tra queste, vi presentiamo IL Peggio: è un sito di satira in poesia, ideato e gestito da ragazzi che utilizzano internet, le partnership con realtà simili (tra cui la trasmissione Indiepercui di Radio 103, la trasmissione Le Idi di Marzo di Radio Città Futura di Bari) e il passaparola per farsi conoscere. Di seguito un'intervista a Luigi, aka Lourid, di Adelfia (Ba) 



           Presentate l'attività de Il Peggio.
  1. La sfida de Il Peggio è: riuscire a creare un blog basato sulla poesia satirica. La satira, si sa, è da sempre espressa in varie forme, ma assai di rado in quella della poesia. L'intento de Il Peggio quindi è quello di sfruttare le potenzialità di internet per proporre una cosa tanto inusuale e oggigiorno quasi inconcepibile come la poesia satirica. Un' altra sfida che ci proponiamo è quella di scrivere poesie satiriche sull'attualità, cosa non facile, in una sorta di "cronaca per menestrello" delle principali vicende politiche che interessano il nostro paese. A dire il vero, vorremmo che i nostri politici facessero vera politica, invece che darci infinite occasioni per schernirli. Dopotutto, Il Peggio porta questo nome perché è proprio così che vediamo la politica italiana, come Il Peggio possibile che possa capitarci. Che Il Peggio sia con voi.


    Come nasce Il Peggio? Quanti e di dove siete?

    Il Peggio deve la sua nascita essenzialmente alle Poesie di Sandro Bondi. E' stato infatti sull'omonima pagina facebook che quasi tutti gli attuali componenti dello staff del Peggio si davano appuntamento più o meno un anno fa per comporre poesie satiriche dichiaratamente ispirate allo stile del Vate di Fivizzano. Da lì nel mese di dicembre del 2010 è venuta a me (Lourid - Luigi Iacobellis) e Andreaseperso (Andrea Lazzo) l'idea di aprire il blog, cui si è quasi subito aggiunto il nostro vignettista principe, Gdb - Giuseppe Del Buono. Quasi subito dopo si sono aggiunti tutti gli altri: Vincenzo Scalfari (Archiloco - Aristarco), Stefano Mazzardo (S.M.), Annalisa De Donatis (Franklin Delano Impellenza), Giuseppe "Marziale” Gigliobianco (Gmg) Pietro Biliotti (l'Ortolano), Roberto Soggiu (Ottandro). E last but not the least ... Nunzio Lamonaca (Nunxio Bixio).
    Solo alcuni di noi sono di Bari: il nostro staff proviene da un pò tutte le varie regioni dello stivale!


    Qual è lo stato della satira in Italia? Il pubblico è pronto a recepirla per quel che è?

    Il mio parere personale circa lo stato della satira in Italia è che sia nettamente migliorato rispetto a qualche mese fa, quando in questo paese non c'era nessun grande periodico di satira politica, cosa inaudita in altri paesi. Ora abbiamo invece "Il Misfatto" e il ritorno de"Il Male", sebbene quello degli anni '70 fosse molto, ma molto più cattivo o graffiante. Purtroppo ci troviamo a vivere in tempi molto diversi da quelli, in cui s'è persa la voglia e forse anche la capacità di osare e provocare ... E chi come Luttazzi questa attitudine ce l'ha, è per ora stato messo da parte dal mondo dello show business.

    Quale riscontro avete e qual è l'utilità della rete per il vostro lavoro?

    Quanto al pubblico, devo dire che quello del nostro blog risponde decisamente bene alla nostra proposta di satira. Fatto salvo il periodo immediatamente successivo all'insediamento di Monti, in cui anche noi abbiamo avuto bisogno di riorganizzarci un po' (cercate di capirci, siamo passati dal circo all'università da un giorno all'altro). Personalmente sono sorpreso dal riscontro che le nostre poesie satiriche spesso ottengono, ma voglio sottolineare che senza le vignette di Gdb o i fotomontaggi di Andreaseperso, o forme ancor più immediate e brevi come le freddure sulla nostra pagina probabilmente arriveremmo a un numero decisamente inferiore di persone.

    Lasciateci un vostro contributo.
    Il Peggio: 11 Haiku per Vasco Rossi – (ps: non fate i permalosi) -



Web www.ilpeggio.com
facebook – fan page: http://www.facebook.com/PeggioSatira


lunedì 23 gennaio 2012

Colapesce "Un meraviglioso declino"


«Per molti la noia è il contrario del divertimento; e divertimento è distrazione, dimenticanza. Per me, invece, la noia non è il contrario del divertimento; potrei dire, anzi, addirittura, che per certi aspetti essa rassomiglia al divertimento in quanto, appunto, provoca distrazione e dimenticanza, sia pure di un genere molto particolare. La noia, per me, è propriamente una specie di insufficienza o inadeguatezza o scarsità della realtà»

La Noia, di Alberto Moravia.

È solo un mio collegamento, “Un meraviglioso declino” ultimo lavoro di Lorenzo Urciullo aka Colapesce (già negli Albanopower) mi porta alla mente La Noia di Moravia, perché questo album è di quelli che vanno ascoltati in un preciso momento storico nella vita di ciascuno. Quando si ha la sensazione di non volere più nulla, nulla che non sia distrazione e dimenticanza, senza artifici, solo testi ben pensati che sanno con pochissime mosse arrivare dove non avresti creduto. Ultimamente il termine semplicità come caratteristica di un progetto musicale è un termine inflazionato, e allora non voglio usarlo, direi più esistenzialista ed essenziale.

Quando finisce ti rimane tutto dentro e senti il bisogno di tornare in quello stato di distacco dalla realtà, perché noi siamo fatti così. “Ci nascondiamo dai fari quassù al terzo piano, un astronauta, cammino per casa, invado il divano l’amore è anche fatto di niente” apre con questo brano Restiamo in casa, penso non ci sia nulla da aggiungere, “arriveranno presto, si prenderanno anche il silenzio” . Continua con una nostalgica Satellite , e giù ancora con la Zona Rossa dove si nota una punta di rassegnazione perché effettivamente dopo anni a sventolare bandiere, ora di rosso c’è solo il tuo viso stanco. Un testo lucido e schietto quello di Barbari, dove mostra chi sono i veri e i nuovo barbari, quelli laureati, che si spaccano di docce solari, che si vantano di conquiste mai avvenute, che si nutrono dei fallimenti sinceri degli altri. È strano sentire parole così acute, in un tono pacato, tra l’altro con la voce di Alessandro Raina degli Amor Fou, con cui non puoi che essere d’accordo, come se non ci fosse rabbia nel tirar fuori la realtà, con un apparato di fiati e ottoni curato da Roy Paci che ti fa da accompagnamento. O nel brano Quando tutto diventò blu, l’amarezza e la pochezza del vivere, misurata con la probabilità dei dadi, che decidono come andrà la tua giornata, di come ci si affanna a studiare per poter avere un riconoscimento, per poter dire di essere, e In questo mare, nuoti e piangi. E poi c’è lei, la canzone che è secondo me il punto più luminoso di questo lavoro, dopo una tradizione consolidata su una Costruzione di un amore, arriva lui, Colapesce con la sua Distruzione di un amore, e non ce né per nessuno, perché con un semplice verso ti spiega la sensazione di non riuscire a posseder nulla, nemmeno le tue sensazioni “Come quando, sono a un palmo di naso dalla tua pelle, e non riesco a sfiorati. Non riesco a sfiorarti. “ Sottotitoli, con Sara Mazo (ex Scisma) che a sorpresa presta la voce in questo brano delicato.

Ascoltare quest’album è come avere sul comodino una palla di vetro con la neve, che agiti tra lo stupore di vedere qualcosa di magico e la paura di rompere un equilibrio. Forse noi siamo qui mentre Colapesce ci spiega la nostra vita lontano dalla realtà, magari in fondo al mare a reggere la Sicilia…

Label: 42 Records